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Pomezia, i ragazzi del Liceo Pascal incontrano un sopravvissuto di Aushwitz: l’emozionante storia raccontata da una studentessa

Emozionante incontro ieri al liceo Blaise Pascal, dove gli studenti hanno potuto conoscere un sopravvissuto al “campo della morte” di Aushwitz Birkenau, Sami Modiano.

L’uomo, oggi quasi novantenne, ha raccontato la sua esperienza “mortale” della deportazione con voce tremante ma cosciente, che come un proiettile ha forato il cuore dei giovani ascoltatori.

Sami nasce a Rodi, figlio di Diana e Giacobbe, ha una sorella di nome Lucia e trascorre una vita serena fino all’avvento delle leggi razziali.

Sami racconta con rabbia e commozione la sua scoperta della crudeltà umana: “Quel giorno ho perso la mia innocenza. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino. La notte mi sono addormentato come un ebreo”.

Ben presto infatti il padre perde il lavoro, lui – all’età di 8 anni – viene cacciato da scuola e la madre, a causa di una grave malattia, viene baciata dalle fredde labbra della Morte.

Un bene, dichiara Sami, che ancora oggi si reca sulla sua tomba, a Rodi. La crudezza di quei tempi fa crescere i due fratelli Modiano e oggi lui ricorda Lucia più come una madre che come una sorella, sempre intenta a privarsi di ogni bene per darlo a suo figlio.

Sami racconta come la situazione a Rodi fosse stabile fino al 23 luglio del 1944, giorno in cui i tedeschi la invasero; successivamente, il 3 agosto dello stesso anno tutti gli ebrei presenti sull’isola vennero deportati. Con voce spezzata dalle lacrime spiega agli increduli studenti come ogni briciola di civiltà e umanità rimasta sia andata persa tre le urla dei bambini e l’aspro odore di sangue e sudore.

Sotto il cocente sole di agosto vagoni merci trasportavano uomini e donne di ogni età verso l’ultima spiaggia come bestie da portare al macello.

Il viaggio durò tredici giorni e fu uno dei più lunghi mai fatti. Corpi ammassati come in una scatola di sardine, persone che morivano asfissiate. C’erano donne in stato interessante, anziani, bambini.

All’interno del lager non vi erano solo ebrei, ma anche rom, omosessuali, disabili, avversari politici, ognuno dei quali era privo di diritti.

Incredibile appare la sensibilità con cui quest’uomo, nonostante la sofferenza, l’età e la vecchia educazione, si interroghi e interroghi i giovani presenti chiedendo: “Che colpa si ha a essere omosessuale o magari disabile? Che colpa ho io nell’essere ebreo?”.

Il 16 agosto del 1944, i sopravvissuti al calvario giunsero a destinazione. Subito le donne furono separate dagli uomini.

Giacobbe tentò invano di trattenere a sé sua figlia, e per questo fu picchiato a sangue; Sami, allora tredicenne, assisteva inerme, confuso dalla nuova realtà in cui era stato brutalmente scagliato.

Le donne, private di ogni tratto di femminilità, venivano molestate, abusate e – come tutti – rasate.

L’unico ruolo degli internati era quello di lavorare per 12 ore, ininterrottamente, senza pause.

La sera all’ora di cena, le loro fatiche – spiega Sami – venivano ripagate con 125 grammi di pane e “acqua sporca”.

Sami ricorda che solo raschiando sul fondo della pentola capitava di masticare qualcosa: “Erano rape, le patate infatti erano riservate ai tedeschi”.

Uno dei momenti più emozionanti è stato il racconto dell’incontro con Lucia, sua sorella.

Una sera infatti, intenzionato ad andare da sua sorella, propone a suo padre, che si trovava nello stesso lager ma in una baracca diversa, di seguirlo. Spiega le sue intenzioni, ma il padre rifiuta. Sami descrive lo stupore e l’incomprensione avuta in quell’istante, ma aggiunge che oggi la sua reazione sarebbe stata differente. Il momento dell’incontro fu per lui straziante, la sua testa gravava sotto il peso dei pensieri, il cuore si riempiva di gioia e felicità, ma anche di profondo dolore e incredulità. Non era più la sua Lucia, gli occhi erano spenti, i suoi capelli non c’erano più, le sue forme da donna erano ormai assenti, la sua macilenza faceva da padrona, era uno scheletro privato delle carni e sembrava che qualcuno le avesse aspirato via con una cannuccia fino all’ultima goccia ogni emozione, ma il contatto gli rivelò che l’anima buona della sua “mammina” non era scomparsa. Un abbraccio interminabile, caldo e colmo di letizia alleviò il dolore. Ogni sera Sami si recava da Lucia per ritrovare il respiro e dimenticare.

Spesso, durante il suo racconto, questo piccolo grande uomo fa riferimento a una spugna con la quale desidererebbe cancellare, estirpare via, eliminare ogni ricordo di questa esperienza, ma una cosa non potrà ne vorrà mai dimenticare: quando, durante uno degli ordinari appuntamenti, lui decise di cedere la sua razione di pane a sua sorella. Lo incartò in un pezzo di tessuto, lo stesso tessuto grezzo a strisce con cui i deportati coprivano i loro gelidi e scarni corpi, e glielo portò.

Alla consegna gli occhi di Lucia si fecero lucidi, lo ringraziò, poi si girò prese il pacchetto e glielo porse con la sua fetta unita a quella di Sami.

Ancora una volta si era privata di tutto per lui.

Gli incontri di routine seguirono finchè una sera Lucia non si presentò e di lì così per sempre.

La notizia sconvolse lui e suo padre, il quale si lasciò lentamente andare.

Una sera Giacobbe, diversamente da come era solito fare, lo trattenne con sé a parlare e lo informò che l’indomani si sarebbe recato in ambulatorio per essere curato.

L’ambulatorio, spiega quest’uomo che parlando del padre sembra ancora un innocente bambino strappato dalla propria fanciullezza, era il luogo del suicidio assistito, il luogo per chi voleva farla finita.

Sami, consapevole di ciò che sarebbe accaduto, cercò in ogni modo di dissuaderlo. L’ultima frase che suo padre gli rivolse fu: “ Vado via, ma tu devi resistere”.

La mattina seguente, Giacobbe Modiano non c’era più e Sami si ritrovò più solo che mai. La solitudine gli faceva compagnia, silenzi assordanti riempivano il cielo plumbeo  di quella gabbia di filo spinato e frequentemente venivano interrotti da colpi di fucili che rimbombavano nel petto di quel gracile e invisibile corpo. I mesi passavano, il freddo gelido induriva la sua pelle, e la fame e la stanchezza scavavano sul suo volto solchi incolmabili. La fine era vicina così come l’arrivo dei sovietici, e più questi si avvicinavano più l’odore pungente della polvere da sparo si sovrapponeva ai fumi dei forni crematori.

Bestemmiava il dio che non faceva nulla di fronte a quel supplizio ma che invece lo aveva condannato a quella abominevole sofferenza e lo aveva privato della ricchezza più importante, il bene dei propri cari.

L’arrivo dell’Armata Rossa spinse i tedeschi a cancellare ogni traccia di ciò che era accaduto e a uccidere chiunque avesse potuto parlare.

Sami spiega:“Durante il trasferimento, che i sopravvissuti ricordano come la marcia della morte, chi cadeva, scivolava o zoppicava veniva ammazzato immediatamente con una raffica di mitra. Ero sfinito, mi piegai sulle ginocchia. Ero morto, sì ero morto, sapevo e sentivo che nessuno avrebbe potuto far più nulla. Invece, due miei sconosciuti compagni di sventura mi presero, uno per le braccia l’altro per le gambe, e mi salvarono, alla fine della marcia, lasciandomi svenuto – ma vivo – accanto ad una montagna di cadaveri”.

I suoi due angeli avevano messo da parte l’egoistico spirito di sopravvivenza e avevano aiutato un fratello, un loro simile.

Sentiva freddo, nella solitudine dei corpi morti, sognava qualcuno che lo coprisse e che lo risvegliasse da quell’incubo infinito.

Poi si svegliò,una donna lo strinse a sé come un figlio, lo curò e lo abbracciò.

Ce l’aveva fatta, per suo padre e sua sorella, per la sua gente, aveva vinto la partita a scacchi con la morte, ma era infelice e non faceva altro che porsi una domanda: “Perché io sono sopravvissuto e loro no? Perché io sì e loro no?”

Con uno sguardo amorevole Sami ieri ha guardato i ragazzi lì presenti, i suoi occhi si sono inumiditi e poi ha rivelato la sua scoperta: “Sono stato scelto da Dio e sono sopravvissuto per voi che siete il futuro e la speranza”.

Un applauso comune ha echeggiato nell’aria, non solo rispetto ma un ringraziamento da parte di tutti i presenti che si sono alzati e hanno espresso la loro devozione per questo uomo che ha sofferto per la sua famiglia, per la sua gente e per tutti noi.

L’emozione è continuata, la grande umiltà e generosità di quest’uomo che si è fatto libro e ha raccontato la sua storia ha stupito i ragazzi. Sami ha poi domandato se qualcuno avesse qualcosa da chiedere.

Intimoriti di fronte ad una così grande persona, i ragazzi si sono avvicinati rendendo nota la loro commozione e lui li ha accolti con un abbraccio caloroso, come figli suoi. I suoi occhi stanchi si sono illuminati; sua moglie, che lo ha accompagnato nell’intera vita, gli ha preso la mano e  un ultimo applauso di gratitudine ha lasciato un messaggio di fiducia e auspicio.

Grazie Sami.

Luna Coppola, I Liceo Classico A

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